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  • la nitriera

    La nitriera borbonica, con i suoi cospicui resti di un articolato sistema produttivo, costituisce un esempio unico di archeologia industriale, riportato alla luce, dopo due secoli di occultamento..

  • Grotte Ferdinando e Carolina

    Le grotte Ferdinando e Carolina esposte a mezzogiorno, sono parte di un complesso sistema di cavità e cunicoli scavati nella roccia calcarea, un vero e proprio labirinto..

La dolina del Pulo si trova a due chilometri dal centro urbano di Molfetta. È un’ampia formazione di origine carsica (perimetro 600 m., diametro massimo 170 m., profondità 30 m.) sulle cui pareti verticali si aprono numerose grotte.
Il sito ha rilevante interesse archeologico per una frequentazione umana che copre un ampio arco cronologico, a partire da 7.000 anni fa, fino al XIX secolo.
L’età preistorica, in special modo il Neolitico, è testimoniata da abbondanti reperti archeologici. La ceramica impressa, definita nelle classificazioni scientifiche come “Civiltà di Molfetta”, è espressione dell’importante cultura fiorita sui margini della dolina.
Nella prima metà del XVI secolo una comunità religiosa di monaci Cappuccini costruisce sul ciglio occidentale della dolina un piccolo monastero, che, dominando dall’alto il territorio, costituisce non solo luogo di meditazione ma anche un osservatorio privilegiato dei singolari fenomeni naturalistici del luogo.
Nella seconda metà del XVIII secolo il Pulo con le sue grotte ricche di nitrati, prezioso componente naturale della polvere da sparo, diventa il centro dell’interesse scientifico ed economico del regno di Napoli e dei Borbone, che favoriscono sopralluoghi e analisi per la costruzione di una nitriera. Le strutture produttive acquistano ben presto rinomanza e vengono descritte nelle relazioni e nelle immagini di importanti studiosi dell’epoca. L’interesse per la nitriera declina rapidamente già alla fine del Settecento e la struttura cade progressivamente in rovina.
A quegli stessi anni risalgono i primi ritrovamenti in dolina di materiali preistorici litici e ceramici, e l’abate Giovene, insigne studioso e collezionista molfettese, intuendo l’eccezionalità della scoperta, cura la raccolta dei reperti che costituiranno il primo nucleo del Museo del Seminario Vescovile di Molfetta.
Nel primo decennio del XX secolo, sui campi circostanti la dolina iniziano sistematiche campagne di scavi, condotte da importanti archeologi, quali M. Mayer e A. Mosso, che riportano alla luce i resti di una necropoli e di un villaggio capannicolo neolitico. Tali scoperte costituiscono una pietra miliare negli studi sul Neolitico europeo.
Seguono lunghi anni di abbandono e di incuria, fino all’ultimo decennio del Novecento, quando una rinnovata cultura del territorio, promossa dall’associazionismo di base e dagli Enti, favorisce il recupero e la valorizzazione del sito.
La Soprintendenza ai Beni Archeologici della Puglia, a partire dal 1997, conduce sistematiche campagne di scavi che permettono una rilettura critica delle conoscenze del passato e aprono nuovi scenari di ricerca scientifica.


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